Adriano Giannini nasce nel 1970, è figlio del celebre attore Giancarlo Giannini. La sua formazione cinematografica è stata costruita con anni di lavoro sul set come operatore. Solo successivamente è diventato attore, doppiando anche Brad Pitt. Oggi è un attore e doppiatore affermato, e ha anche diretto un film.
Due film in uscita e nuovi progetti da regista. Ha una lunga formazione come operatore sul set. Poi il debutto da attore con Alla rivoluzione sulla due cavalli. Recentemente lo abbiamo visto ne L’estranea, dal 8 ottobre al cinema, e in Ritorno a Buenos Aires. Nel 2001 ha fatto il suo primo film da attore, dopo 11 anni da operatore sul set. Ha una lunga esperienza nel doppiaggio, anche se all'inizio ha dovuto affrontare molti pregiudizi. Sta lavorando a un proprio film, ha una storia pronta.
«Sono felice che L’estranea sia stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar, è piaciuto molto all’estero. Mi piacerebbe girare un film con papà Giancarlo, vediamo se succede qualcosa nei prossimi mesi. Mi è servito tutto. Undici anni sui set a fare l’operatore. Ho fatto la gavetta vera. Come attore, ho affrontato anche il pregiudizio iniziale nel doppiaggio, ma ho doppiato anche Brad Pitt.»
Giannini interpreta Walter, un uomo che apparentemente ha tutto sotto controllo ma che in realtà nasconde una profonda fragilità. Guardando il film è impossibile non chiedersi quanto di Walter ci sia in lei. E Walter? È l’uomo apparentemente tranquillo e soddisfatto di sé che si scopre fragile sotto la scorza di controllo.
Come è avvenuto il suo incontro con Paolo Strippoli?
«L’incontro con Paolo è avvenuto tramite il suo produttore. Il produttore mi ha mandato il copione, io ho letto il copione e mi è piaciuto molto. Ho trovato che fosse un film molto interessante, perché è un film che racconta una storia molto forte, una storia di famiglia, una storia di fragilità, una storia di uomini e di donne, di desideri e di aspettative. E poi è un film che ha una struttura molto particolare, perché è un film che parte come una commedia e poi piano piano diventa un thriller, poi diventa un film drammatico, poi diventa un film di genere. Insomma, è un film che ha una struttura molto interessante. E poi conoscevo il lavoro di Paolo, perché avevo visto Piove, che mi era piaciuto molto, e quindi ho pensato che fosse un regista interessante, e quindi l’ho voluto incontrare. E poi ci siamo incontrati, abbiamo parlato, mi ha raccontato il suo punto di vista sul film, e insomma abbiamo deciso di fare questo viaggio insieme.»
Mi racconta Walter, il suo personaggio?
«Walter è un personaggio che vive ancorato all’immagine che si dà di sé, della propria famiglia e quando questa immagine crolla, in qualche modo crollano anche i pilastri sui quali è costruita questa famiglia. È un uomo che si ritrova a dover fare i conti con qualcosa di insondabile, che non riesce a gestire, che non riesce a controllare e quindi perde completamente il controllo di sé e della propria vita. È un uomo che ha costruito la propria esistenza sull’immagine di sé e nel momento in cui questa immagine crolla, crolla tutto. È un uomo che non ha la capacità di affrontare la realtà per quello che è, ma ha bisogno continuamente di controllare tutto, anche le emozioni, anche i sentimenti. E nel momento in cui questo controllo viene meno, viene meno anche lui. È un uomo che si ritrova a dover fare i conti con la propria fragilità, con la propria debolezza, con la propria incapacità di gestire le emozioni, i sentimenti, la vita. E quindi è un personaggio molto complesso, molto interessante, molto sfaccettato.»
Un film che prende spunto da un fatto di cronaca ma che poi vive di vita propria, dove si parla di famiglia, di fragilità maschile, di desideri e aspettative, dove si scopre che il male può nascondersi ovunque. Cos’è L’estranea per lei?
«L’estranea è un film che racconta una storia di persone, di uomini e di donne, di relazioni, di famiglia, di fragilità, di desideri, di aspettative, di controllo. È un film che racconta la vita, che racconta le persone per quello che sono, con le loro debolezze, con le loro fragilità, con le loro paure, con le loro speranze. È un film che racconta la realtà per quello che è, senza filtri, senza giudizi, senza moralismi. È un film che racconta la vita nella sua complessità, nella sua bellezza, nella sua durezza. È un film che racconta la vita per quello che è, con le sue ombre e con le sue luci. È un film che racconta la vita nella sua verità. E poi è un film che ha una struttura molto particolare, perché è un film che parte come una commedia e poi piano piano diventa un thriller, poi diventa un film drammatico, poi diventa un film di genere. Insomma, è un film che ha una struttura molto interessante. È un film che racconta una storia molto forte, una storia di persone, di relazioni, di vita.»
Il male può nascondersi ovunque. Si nasconde dietro un padre di famiglia, dietro un ragazzo apparentemente tranquillo, dietro una ragazza che è stata emarginata, bullizzata ed ora si è fatta giustizia da sola. Ma alla fine, chi è l’estranea?
«L’estranea può essere chiunque. L’estranea può essere una ragazza che è stata emarginata, bullizzata, che si è fatta giustizia da sola, ma può essere anche un padre di famiglia che ha costruito la propria esistenza sull’immagine di sé e nel momento in cui questa immagine crolla, crolla tutto. Può essere un ragazzo apparentemente tranquillo, ma che nasconde una fragilità profonda. Può essere chiunque. L’estranea è quella parte di noi che non conosciamo, quella parte di noi che non vogliamo vedere, quella parte di noi che teniamo nascosta. È quella parte di noi che può emergere nel momento in cui vengono meno i punti di riferimento, nel momento in cui vengono meno le certezze, nel momento in cui viene meno il controllo. È quella parte di noi che può emergere quando ci ritroviamo a dover fare i conti con la realtà per quello che è. È quella parte di noi che può emergere quando viene meno l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. È quella parte di noi che può emergere quando viene meno il controllo.»
Figlio di Giancarlo Giannini ma ha una formazione tecnica, è stato operatore per molti anni. Come mai?
«Perché ho sempre vissuto il cinema da quando sono nato. Ho sempre vissuto sui set. Mio padre mi portava sui set, mia madre mi portava sui set. Ho sempre vissuto il cinema. Ho sempre amato il cinema. E quindi ho cominciato a fare l’operatore perché mi piaceva l’idea di fare il cinema. Poi piano piano è successo che ho cominciato a fare l’attore. Ma ho cominciato a fare l’attore tardi, a trent’anni. Ho fatto undici anni da operatore. È stata una formazione importante. Ho fatto la gavetta vera. Non mi ha regalato niente nessuno. Anzi, ho avuto più difficoltà perché ero figlio di. Mi hanno detto di tutto. Lascia perdere, pensa a tua madre e tuo padre, lascia perdere. Mi hanno detto di tutto. E quindi ho fatto la gavetta vera. Ho fatto undici anni da operatore e poi ho cominciato a fare l’attore.»
Lei è anche doppiatore, ha doppiato Brad Pitt. Ha avuto difficoltà ad imporsi in questo campo? Il suo cognome è stato un peso?
«Sì, ho avuto difficoltà perché mi sono trovato a confrontarmi con un pregiudizio. E quindi ho dovuto affrontare anche questo. Però poi piano piano sono riuscito a trovare il mio spazio. Ho fatto cose importanti, ho doppiato Brad Pitt, ho fatto tante cose. Però sì, all’inizio ho trovato un po’ di difficoltà. Ma poi piano piano sono riuscito a trovare il mio spazio. Ho lavorato tanto, ho fatto tante cose. È stato un percorso lungo, ma piano piano sono riuscito a trovare il mio spazio.»
Essere cresciuto in un ambiente cinematografico ha influito sul suo essere attore? Ha un modo tutto suo di recitare, sembra che le scene da lei interpretate siano pervase da una nota malinconica che le rende uniche. È solo una mia impressione?
«Non lo so. Può darsi. Può darsi che sia cresciuto con un certo tipo di cinema, con un certo tipo di linguaggio, con un certo tipo di sensibilità. Può darsi che sia cresciuto con un certo tipo di sguardo. Non lo so. Può darsi che sia cresciuto con un certo tipo di cinema che mi ha influenzato. Può darsi. Però poi uno trova il proprio modo di raccontare le cose. Uno trova il proprio modo di raccontare i personaggi, le emozioni, le storie. Io cerco sempre di raccontare le cose per quello che sono. Cerco sempre di raccontare i personaggi per quello che sono, senza giudicarli, senza cambiarli, senza cercare di renderli diversi da quello che sono. Cerco sempre di raccontare la verità del personaggio. E forse questo può dare una nota di malinconia, ma non è una cosa che faccio volontariamente. È semplicemente il modo in cui racconto le cose.»
Ha lavorato con registi importanti e ha diretto anche un film. Cosa le è servito di più: l’esperienza da operatore, l’esser cresciuto in una famiglia di attori o l’aver lavorato con registi importanti?
«Tutto. Mi è servito tutto. Mi è servito avere questa sensibilità, mi è servito essere cresciuto con un certo tipo di cinema, mi è servito aver fatto undici anni sui set a fare l’operatore, mi è servito lavorare con grandi registi. Mi è servito tutto. Mi è servito fare questa gavetta. Mi è servito fare questo percorso. Mi è servito sbagliare. Mi è servito provare, fare, rifare. Mi è servito tutto. Mi è servito fare questo percorso. E ancora oggi sto imparando. Ancora oggi sto cercando. Ancora oggi sto provando. Ancora oggi sto facendo. Ancora oggi sto imparando.»
Fonti
- Corriere della Sera: Adriano Giannini: «Prima di sfondare ho fatto per 11 anni l'operatore sul set. Mi piacerebbe girare un film con papà Giancarlo»
- Today: Adriano Giannini: "Ho fatto la gavetta vera. Mio padre Giancarlo? Vorrei fare un film con lui"
- Youmark: L’estranea: l’Italia manda agli Oscar un grande film. In sala da giovedì 8 ottobre